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È strano guardarsi indietro e valutare il cammino percorso. Sempre cangiante e palpitante di vita, dai laboriosi anni in Conservatorio al fascino indicibile dei primi concerti, dalla scoperta della musica antica di terre piene di magia e di poesia alla potenza ultraterrena dell’orchestra che suona le mie note, dall’emozione trepida della prima incisione alle tournèe in paesi lontani. Una catena che mi ha avvinto, i cui anelli sono stati a volte pesanti, ma sempre luminosi come oro. Una strada che, da quasi due decenni, mi conduce ad esplorare un mondo lontano nel tempo e nello spazio, la musica d’Irlanda. Al mio fianco la compagna fedele di centinaia di concerti, di migliaia e migliaia di chilometri attraverso l’Europa: l’Arpa Celtica.
L’Arpa che abbraccio ogni giorno, per ore, quando insieme diamo voce a melodie dimenticate da secoli, quando attraverso il suo suono rivive l’anima di un musicista dimenticato, di una sua emozione che sembrava destinata all’oblio e invece, palpitante e viva, rinasce ogni volta che le mie dita sfiorano le corde. Quando mi chiedono che cosa avrei voluto cambiare della mia vita, avendo la possibilità di ricominciare, rispondo: mi sarei applicato di più al tiro con l’arco. Tutto il resto è perfetto così. Gioie, malinconie. Vittorie, paura. I sorrisi che accompagnano ogni concerto. I momenti in cui mi sembrava di non farcela più, e i momenti in cui sentivo che forse ce l’avrei fatta. La vita che pulsa in ogni nota, la magia di svegliarmi e sedermi sotto un albero a ricostruire un pezzo di musica ridotto in frammenti dal tempo. Lo scavare nelle profondità dell’anima per sentire che grazie alla mia musica il mondo anche oggi è un po’ più colorato di ieri. |